Economia solidale

La Economia Sociale e la Economia Solidale sono la stessa cosa?

Per dare una risposta a questa domanda  riportiamo integralmente l’articolo di introduzione all’incontro di “EconomiaSolidale”  avvenuto a Trieste la scorsa estate 2015. L’articolo è stato firmato da Paolo Cacciari e Davide Biolghini.

Territori solidali per trasformare l’economia
“Dalla crisi economica strutturale, multidimensionale e plurifattoriale che attraversa le società contemporanee di più antica industrializzazione (l’ex Primo Mondo) è possibile intravedere la insorgenza dal basso di esperienze concrete innovative potenzialmente in grado di dare forma a comunità locali territoriali più resilienti e capaci di futuro, solidali e “smart”, poggiate su sistemi economici più sostenibili sia sotto l’aspetto ambientale, che sociale.

Molte sono le esperienze già in essere che denotano l’esistenza di attività umane e di relazioni sociali ispirate a principi e a valori non omologabili a quelli che sono venuti prevalendo in campo economico (produttivismo e consumismo) e che performano negativamente i modelli comportamentali individuali: rivalità estrema, possessività, avidità, violenza ecc. Per sintetizzare con le parole di papa Bergoglio: “questa economia uccide”.

Per contro, ampia è la gamma delle best practice socio-economiche che si realizzano fuori dagli schemi e dalle logiche strettamente mercificate. Azioni e attività diffuse, spesso minute, particolari e frammentate che però hanno in sé la potenzialità di cambiare positivamente in profondità i modi di pensare e i comportamenti delle persone perché riconducono la vita degli individui e le relazioni umane all’interno di un contesto di sobrietà, di responsabilità, di collaborazione verso valori che creano legami solidali tra le persone e attenzione verso l’ambiente naturale. Relazioni all’interno delle quali muta il rapporto tra produttore e consumatore creando legami diretti e fiduciari e di reciproca soddisfazione, come nel caso dei gruppi di acquisto solidali o delle banche del tempo.

Vi è una crescente consapevolezza del fatto che le scelte produttive spesso non obbediscono ad autentiche esigenze e a genuine aspirazioni, ma sono il frutto di tecniche di manipolazione pubblicitarie sempre più aggressive e raffinate. Così come cresce il desiderio di molte persone, famiglie e comunità locali di organizzare la propria vita cercano una maggiore autonomia dal ricorso al mercato, aumentando le proprie capacità di autoproduzione e mutuo aiuto, di messa in comune e di condivisione di beni e servizi, di collaborazione reciproca e di autogoverno collettivo per la gestione di quei beni e servizi ritenuti fondamentali per il buon vivere comunitario.

Semi di speranza

I modi e le forme giuridiche con cui si realizzano queste collaborazioni policentriche sono di svariata tipologia. Forme miste, tradizionali o modernissime, che in alcuni casi risalgono a consuetudini secolari (i demani civici, ad esempio), in altri casi seguono libere decisioni private con cui si mettono in comune propri averi, saperi e competenze per potenziarne l’uso a beneficio proprio e dell’intera collettività. Le cooperative e le fondazioni di comunità rappresentano solo uno dei tanti, possibili approdi cui può giungere un percorso virtuoso. I regolamenti che alcune città (Bologna capofila) si sono date e le leggi regionali che incominciano ad essere approvate (Puglia, Umbria, Emilia Romagna e, speriamo presto, Friuli Venezia Giulia) a favore dell’“altra economia” e delle attività private in forma sussidiaria, testimoniano una rinnovata attenzione politica.

Ci sono nel mondo innumerevoli esperienze di relazioni umane fondate sul fare non strumentale, sulla cooperazione disinteressata, sulla solidarietà reciproca, sul mutuo appoggio, sull’assunzione delle responsabilità derivanti dal proprio agire, sulla cura amorevole delle cose e delle persone. Attività che si basano sul libero accesso alle informazioni, sulla generazione distribuita dell’energia da fonti rinnovabili, sulla produzione di cibo con i metodi dell’agricoltura contadina, sulla gestione partecipata dei beni comuni da parte delle comunità locali, su sistemi di finanza, di prestito sociale e raccolta di denaro crowdfunding senza intermediazioni bancarie, su sistemi di scambio di beni e servizi non monetari, su sistemi di produzione dal basso Insomma, forme concrete di economie altre e buone, post-crescita, post-oil, post-debito, non centrate sulla massimizzazione dei rendimenti dei capitali investiti, diverse da quelle mercantiliste.

Molti sono stati nel tempo i tentativi di definire e catalogare queste pratiche all’interno di diverse teorie a seconda che si prendano in considerazioni modelli macroeconomici, aziendali o sistemici: economia sociale (Antonio Giolitti), economia di comunità (Adriano Olivetti), economia civile o economia di comunione (Zamagni e Bruni), economia della permanenza (Joseph Kumarappa), economia morale della sussistenza (Ivan Illich), economia morale locale (John Friedman), economia solidale (Jean Lous Laville), economia partecipativa (Michael Albert), economia ecologica (Martinez Alier), economia collaborativa (Laboratorio Sussidiarietà di Giorgio Arena e Carlo Donolo), economia del noi (Roberta Carlini, Nicolò Bellanca), economia del bene comune (Christian Felber), economia buona (Emanuele Campiglio), economia circolare (Commissione Europea), commonomics (Raul Zibechi), economia del bastevole e del sufficiente (Wuppertal Institute), economie cenerentola e plurali (New Economy Foundation), economia rigenerativa a sostegno della vita (Marjone Kelly). In generale: sharing economy (economia collaborativa o della condivisione). E poi vi sono economie di tutti i colori: green, blue, pink, rainbow.

In una parola potremmo dire che si stanno moltiplicano gli sforzi per ridefinire pratiche e teorie a favore di una economia eticamente orientata, capace di ricostruire relazioni sociali umane, cioè morali. In altri termini ancora, si tratta di fuoriuscire dall’economia (Latouche 2014), almeno da quella che pretende di essere la “regina delle scienze sociali”, dotata di un codice normativo autonomo e separato tanto dalle scienze della vita, quanto dalle scienze morali, ethic free. Un percorso di transizione dall’ homo oeconomicus all’homo convivialis (De Vita, Bertell, Deriu, Gosetti 2013), reciprocans (Giunta 2014), civicus (Cassano). In una parola potremmo dire che si moltiplicano gli sforzi per ridefinire pratiche e teorie a favore di una economia eticamente orientata, capace di ricostruire relazioni sociali-umane, cioè morali.
Una nota sul metodo
L’annosa querelle sul rapporto tra teoria e pratica (viene prima l’uovo o la gallina? Corpo e mente sono separabili?) è superata brillantemente nell’introduzione ai nostri “Dialoghi di S.Giovanni” con un rimando al non sospetto (nel senso che si tratta di uno scienziato che ha fatto scoperte riconosciute come fondamentali per la fisica moderna) Einstein: “La pratica senza la teoria è cieca, ma la teoria senza la pratica è muta”; dato il contesto di riferimento dell’autore citato, è possibile richiamare un’altra disputa, a mio parere più importante, che ancora divide la stessa comunità scientifica, quella sul metodo.

In termini generali il metodo scientifico è stato concepito come un insieme di criteri teorici e operativi, seguendo i quali una conoscenza può essere considerata oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile.

La realtà delle scoperte scientifiche e il dibattito epistemologico sviluppatosi soprattutto nel ‘900, hanno però mostrato che non esiste una metodologia definita da regole specifiche e universali rispetto ad ogni campo della scienza e accettata da tutti gli scienziati. Il grandissimo Tolstoj per prendere in giro il determinismo del tempo si chiedeva se esistesse “una scienza scientifica”.

Una strada praticata è quella di esplicitare il metodo che si vuole utilizzare[1], così come l’obiettivo che si vuole raggiungere (se possibile condividendoli), all’interno del gruppo che intraprende un percorso ‘sperimentale’ comune.

Nel nostro caso il percorso comune prospettato è di “[…] ricercare una convergenza esplicita fra scenari di cambiamento, che oggi dividono (senza un vero ed esplicito confronto) il mondo delle buone pratiche di altra economia” […].

Qual è il metodo di confronto che è stato proposto? Abbiamo chiesto a singoli esperti/studiosi di alcuni dei paradigmi di ‘altra economia’ con/tra cui ci sono già relazioni collaborative, non tanto di illustrarci il proprio paradigma (le poche pagine di sintesi richieste non sarebbero bastate …), quanto di evidenziare le parti che potrebbero permettere di “[…] mettere a punto una comune cassetta degli attrezzi, ossia i concetti necessari a costruire economia e società solidali”.

Quindi non si tratta di mettere in luce solo i tratti salienti del singolo paradigma di riferimento, proponendolo più o meno implicitamente come al di sopra degli altri e “deducendo” quindi automaticamente da esso la propria “cassetta degli attrezzi”, ma di fare ciascuno un passo indietro (o di lato …), per cercare di accordarsi su obiettivo e metodi di confronto (e di decisione …), per poter poi, insieme, ipotizzare nuove idee da “validare” per vie sperimentali[2].

Per intraprendere la strada prospettata contiamo quindi di:

valorizzare disponibilità all’ascolto e relazioni di stima e di fiducia tra i proponenti il percorso (redattori delle prime sintesi e discussant vari che le integrano a più mani, per poi confrontarsi ‘alla pari’ anche con i partecipanti alla scuola);
verificare concretamente se può essere definita collettivamente la direzione iniziale per superare il tremendo “stato di cose presente”, a partire dalla resistenza/resilienza sociale rispetto agli shock continui in ogni campo (dall’ambientale a quello culturale): cioè se l’opposizione all’economia di mercato può essere sperimentata tramite pratiche e alleanze comuni.
Il compito che ci accingiamo a dipanare con i nostri “Dialoghi” è facilitato dal lavoro di ricerca svolto da Roberto Mancini e pubblicato nel suo ultimo libro “Trasformare l’economia” (titolo anche della nostra scuola); in particolare consigliamo di leggere il capitolo “La svolta metodologica: per un’integrazione tra i modelli di economia alternativa” (definiti come quelli che “[…] si allontana(no) dalla fisionomia del capitalismo”[3]), poiché ci sembra il miglior materiale possibile di preparazione della scuola. ”

[1] Secondo il semiologo C.S. Peirce i tre modi di ragionare del pensiero umano, alla base quindi anche della logica della scoperta scientifica, sono l’induttivo, il deduttivo e l’abduttivo.

[2] Secondo Peirce nella scoperta scientifica il metodo più innovativo non è quello deduttivo (il risultato discende dalla regola), né quello induttivo (la regola si inferisce dal risultato), ma quello abduttivo, in cui conoscenza e regole sono problematiche e richiedono una verifica sperimentale.

[3] La citazione è tratta dal par.1 del cap.3 di: Mancini R., Trasformare l’economia, Franco Angeli 2014.